Piano May, no deal, secondo referendum o rinvio: a che punto siamo con Brexit

Theresa may Brexit

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Il prossimo 29 marzo è il giorno in cui il Regno Unito dovrebbe uscire ufficialmente dall’Unione europea. Ma a poco più di un mese da quella data, non è ancora chiaro in che modo la Brexit avrà luogo. La politica del Regno, infatti, ha respinto ogni possibile soluzione individuata fino a questo momento e dall’altra parte Bruxelles sembra poco disposta ad andare incontro alle richieste (peraltro non chiarissime) provenienti da Londra.

Il voto su una versione rivista del piano May, l’accordo strappato dal Primo ministro lo scorso novembre ma bocciato da Westminster il 15 gennaio, era previsto inizialmente per mercoledì 27 febbraio, ma è stato rinviato al 12 marzo, ormai a ridosso della data prevista per l’exit. Il partito laburista, principale forza di opposizione, ha accusato la premier Theresa May di aver spostato la data per lasciare meno scelta al Parlamento, costringendolo di fatto a scegliere tra il suo progetto e il no deal, lo scenario che quasi tutti, almeno a parole, vorrebbero evitare. Dal canto suo, May ha replicato di aver bisogno di qualche giorno in più per continuare a trattare alcuni punti dell’accordo con Bruxelles.

L’avvicinarsi del 29 marzo ha imposto un’accelerata al dibattito parlamentare britannico, che tra il 12 e il 14 marzo voterà in sequenza su tre possibili scenari: il piano May, il no deal e il rinvio della data prevista per la Brexit oltre il 29 marzo. Da parte dell’opposizione, la novità più rilevante degli ultimi giorni è stata la presa di posizione del partito laburista guidato da Jeremy Corbyn, che per la prima volta si è schierato ufficialmente a favore di un secondo referendum sulla Brexit, se questo servirà a evitare la “dannosa” (dal loro punto di vista) Brexit come è stata impostata dai conservatori.

Ognuna di queste soluzioni porterebbe a un finale diverso della storia, o a un rinvio della resa dei conti. Vediamole una per una, in ordine cronologico.

12 marzo: il voto sul “piano May”

Il cosiddetto “piano May” è l’accordo che il Primo ministro britannico aveva concluso con Bruxelles lo scorso novembre, che prevedeva un periodo di transizione che dal 29 marzo di quest’anno si sarebbe esteso almeno fino a dicembre del 2020. In questo periodo, Londra e Bruxelles avrebbero continuato a trattare i termini del divorzio, ma il Regno Unito avrebbe continuato a versare i suoi contributi all’Unione europea perdendo, tra l’altro, ogni possibilità di incidere sui processi decisionali. Il prossimo maggio, infatti, ci saranno le elezioni per il Parlamento europeo, e non verranno eletti rappresentanti britannici.

parlamento brexit

L’accordo non è piaciuto al Parlamento britannico che infatti l’ha bocciato, lo scorso 15 gennaio, con un’ampia maggioranza: 432 voti contrari contro 202 favorevoli. Si tratta dello scarto più ampio della storia democratica del Regno Unito. Particolarmente contestato era il cosiddetto backstop, l’accordo sul confine tra Irlanda e Irlanda del Nord, che prevedeva la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale europea fino al raggiungimento di un nuovo accordo.

Dal 16 gennaio a oggi, May si è impegnata a trattare un nuovo accordo con Bruxelles, apparentemente senza ottenere novità sostanziali. La premier presenterà il nuovo accordo al Parlamento il prossimo 12 marzo, e a quel punto l’aula dovrà scegliere se approvarlo o respingerlo di nuovo. In caso di una nuova bocciatura, si passerà alla votazione del giorno successivo sullo scenario del cosiddetto no deal.

13 marzo: il voto sul no deal

In caso di no deal (nessun accordo), dal 29 marzo in poi il Regno Unito verrà considerato a tutti gli effetti un Paese esterno allo spazio europeo. Ciò significa che tornerebbe una frontiera vera e propria tra Irlanda e Irlanda del Nord con tutti i dazi e le limitazioni commerciali conseguenti e che per viaggiare nel Regno Unito ci sarebbe bisogno di un passaporto.

brexit no deal

Apparentemente, la maggioranza del Parlamento britannico è contraria a questa soluzione, che a detta di molti esperti causerebbe gravi danni all’economia britannica. Per questo, è probabile che, nel caso si arrivasse a questo voto, il 13 marzo Westminster rigetterà l’opzione dell’uscita senza accordo.

La sequenza delle votazioni imposte dal Governo non è casuale. In caso di bocciatura sia del piano May (probabile) che dell’opzione no-deal (molto probabile), la scelta di rinviare la data dell’uscita dall’Unione potrebbe rimanere l’unica via percorribile. E per May sarebbe una boccata d’ossigeno.

14 marzo: il voto sul rinvio

Il 29 marzo 2017 il Parlamento britannico ha avviato la procedura prevista dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona che regola l’uscita di un Paese membro dall’Unione. Procedura che indica un periodo di due anni prima dell’uscita ufficiale.

Per questo il 29 marzo 2019 è da due anni la data cerchiata in rosso sul calendario per l’exit. La complessità della situazione ha però fatto sì che due anni non fossero sufficienti per concludere l’accordo. Dopo la bocciatura del May deal di gennaio, l’ipotesi di un rinvio sembra ad oggi la più probabile.

Il Primo ministro ha chiarito che, nel caso, sarebbe possibile prorogare la data solo una volta, e solo di pochi mesi, probabilmente per tranquillizzare i brexiters del partito conservatore che temono un prolungamento indefinito del purgatorio attuale, in cui Londra rimane comunque vincolata a molte delle regole europee. L’ipotesi del rinvio sembra inoltre l’unica (se si esclude l’applicazione immediata del piano May) che potrebbe essere condivisa anche dall’Unione, con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk che nei giorni scorsi l’ha definita una scelta “razionale”.

donald tusk brexit

Certo, non è chiaro cosa potrebbe cambiare rinviando l’uscita dal Regno di qualche mese, se la matassa politica britannica non sembra destinata a sciogliersi presto e l’Unione non sembra disposta a smuoversi dalle proprie posizioni. Ma questa soluzione darebbe a May una risorsa che in questo momento è in rapido esaurimento: il tempo.

A tutti questi scenari si aggiunge un’ultima possibilità, che finora il Governo ha respinto ma che ha incassato negli ultimi giorni il sostegno del secondo partito britannico: restituire la parola al popolo.

La variabile labour e l’ipotesi di un secondo referendum

Lo scorso 25 febbraio il leader del partito laburista Jeremy Corbyn ha annunciato di essere pronto a sostenere un secondo referendum sulla Brexit, nel caso si rivelasse necessario per sventare la Brexit “dannosa” dei conservatori. Il partito presenterà prima al Parlamento un piano in cinque punti per attuare una Brexit diversa, tendenzialmente più soft, che preveda la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale e nello spazio economico europeo e la partecipazione di Londra alle principali agenzie comunitarie.

referendum brexit

Nel caso il piano dei laburisti venga bocciato (ed è praticamente certo che accadrà), il partito della sinistra britannica si impegnerà attivamente a promuovere un nuovo referendum, in cui si restituisca la parola agli elettori dando loro la possibilità di scegliere di restare nell’Unione europea. Il partito, così, si unirà a quanti richiedono già da tempo un secondo referendum, come il partito liberaldemocratico (che ha promosso sul suo sito una raccolta firme chiamata I want an exit from Brexit che ha raggiunto circa 250 mila adesioni) o il movimento People’s Vote, che sul suo sito dichiara 700 mila sostenitori e 20 mila attivisti. A sostenere il secondo referendum sono anche parlamentari o singoli esponenti laburisti critici verso la leadership di Corbyn come l’ex premier Tony Blair o il sindaco di Londra Sadiq Khan. D’altro canto, ci sono diversi esponenti laburisti eletti in zone che nel 2016 hanno votato leave come Manchester, città tradizionalmente operaia, che non vedono bene uno sbilanciamento del partito su posizioni troppo filo-Unione.

Per questo finora il partito laburista si era mantenuto su una posizione intermedia, criticando May per la gestione del processo Brexit ma senza schierarsi per un nuovo referendum. Anziché schierarsi apertamente per un nuovo referendum, Corbyn aveva tentato di mandare il Paese a nuove elezioni, nella speranza di vincerle e prendere in mano in prima persona il dossier. Ma la bocciatura della mozione di sfiducia verso Theresa May presentata dai laburisti il 16 gennaio (il giorno dopo la bocciatura del May’s deal) ha chiuso la strada verso quella soluzione.


L’autore: Luca Lottero

Appassionato di politica, ha la malsana mania di studiarla. È un lettore incallito, un genovese migrato a Milano, un aspirante e praticante giornalista. Su LoT, il suo blog, cerca di mettere insieme il tutto.

2 Replies to “Piano May, no deal, secondo referendum o rinvio: a che punto siamo con Brexit

  1. Non è chiaro, tra l’altro, quale sarebbe l’altra opzione/scelta del secondo referendum (oltre al remain). Piano May, il primo? Piano May, il secondo? Piano Corbyn? No deal? Altro?
    Sebastiano

    1. Ciao Sebastiano, questo è tutto un altro filone speculativo che ad oggi non ha ancora senso esplorare. Qualora la possibilità di un secondo referendum diventasse più concreta ci occuperemo di valutare in un nuovo articolo le relative opzioni.

      Grazie, continua a seguirci!

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